LA LEGGENDA DI MOLTINA
I nonni raccontano e i nipoti disegnano
LA LEGGENDA DI MOLTINA
 
di Michelangelo Fazio
 
Era il tardo pomeriggio di un giorno di ottobre e il sole si stava avviando lentamente al tramonto dietro la Croda Rossa, leggermente imbiancata dalla prima neve autunnale: un'auto che percorreva solitaria la statale accostò al ciglio della strada; ne discese un uomo di mezza età per una breve sosta rilassante per godersi quel silenzio siderale e quei colori indescrivibili del tramonto: le cime di Lavaredo si erano appena colorate del pallido rosa tipico della roccia dolomitica e il riflesso sulla candida coltre di neve sottostante si era esteso fino alle gelide acque del lago di Landro, reso più irreale dalle leggere increspature provocate da una lieve brezza. 
 Mentre stava ammirando estasiato il panorama circostante, l'uomo trasalì: tra le incombenti brume che salivano come lenti fantasmi dal fondovalle ecco a un tratto diffondersi il dolcissimo suono di una cetra, accompagnato da un melodioso tristissimo e struggente canto di una voce angelica. 
 Sorpreso e incuriosito, si avviò lentamente verso il limitare del bosco: il suono gli giungeva ora con sempre maggiore intensità, ma non riusciva a scoprirne la fonte. A un tratto, aggirato un grosso masso, scorse seduto sotto un larice un vecchio cantore ricoperto di miseri cenci pizzicare le corde di una cetra; dopo essere rimasto per un po' nell'ombra ad ascoltare il canto, spesso interrotto da cavernosi colpi di tosse, il viaggiatore si avvicinò al vecchio :
 
  "Buona sera ! Non sente freddo seduto lì in mezzo alla neve?".
 E il cantore, di rimando: " Buona sera a lei, ma cosa ci fa da queste parti?  Forse lei è diretto a Cortina, ma non le hanno detto che poco più avanti, dopo il passo di Cimabanche, la strada è interrotta per neve e che qui l'unico albergo esistente è chiuso per lavori di restauro in attesa della prossima stagione invernale? "
 E di rimando il nostro: " Sono proprio diretto a Cortina e quanto mi dice mi preoccupa; io sono stato obbligato a passare di qui per motivi di lavoro, ma lei mi pare invece che questo posto se lo sia scelto liberamente e che ci si trovi bene. "
 "Eh, non troppo, caro signore, avrà sentito che la tosse mi sta uccidendo!  Sono stato costretto a venire fin quassù a suonare e cantare per una veglia funebre: avrei certo  preferito  restarmene  in casa al calduccio, davanti a un caminetto acceso, con un bel piatto di caldarroste e un’ “ombra" di buon vino, ma purtroppo la veglia è all'aperto e mi sono dovuto rassegnare." "Non capisco....., non vedo intorno nessun casolare, nessuna luce: di quale veglia parla?" "La scorsa notte è morta Moltina, la vecchia regina delle marmotte della Croda Rossa e le marmotte decane mi hanno fatto sapere che avrebbero gradito la mia presenza per accompagnare con il mio canto i suoi funerali. Perché non mi fa compagnia? Assisterà tra poco a uno spettacolo  indimenticabile."  "Mi scusi, ma continuo a non capire: mi dice che le marmotte l'hanno mandata a chiamare per accompagnare la veglia funebre? E come avrebbero fatto a comunicare con lei, forse emettendo i loro striduli fischi come quando avvertono le compagne che qualcuno sta avvicinandosi alla tana? "
 "Niente affatto, caro amico, altrimenti non l'avrei invitata ad assistere allo spettacolo; vede, il fatto è che anch'io ero una marmotta qualche secolo fa, ma poi una maledizione ha fatto sì che alla mia morte dovessi reincarnarmi in un uomo.
 
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  Mi fidavo ciecamente degli uomini, finché  un giorno li feci avvicinare troppo alla tana dove erano rifugiati i miei tre cuccioli: i cacciatori li catturarono, li uccisero e vendettero le loro morbide pelli. Il nostro re non me lo perdonò e invocò una maledizione su di me: sarei dovuto rinascere come uomo per poter conoscere per l'eternità la malvagità dell'animo umano, e ogni volta che fossi morto sarei dovuto rinascere una volta come marmotta e una volta come uomo. E così è stato: sono già morto quattro volte, sempre reincarnandomi e cambiando sempre  nome, al  punto  che  a  volte  faccio confusione a ricordare l'ultimo nome: oggi mi chiamo Martino; e tra poco, perché ho capito che ormai sono alla fine, dovrò ritornare marmotta. Capisce ora perché conosco il loro linguaggio........ ?"
 Il viaggiatore, allibito, ma al tempo stesso scettico, lo interruppe: " E vorrebbe convincermi che le marmotte credono nella reincarnazione, come i buddisti? Ma via, lei ha voglia di scherzare, oppure ha bevuto qualche "ombra" di troppo......."
 Ma il cantore non lo stette neppure ad ascoltare: " Ecco, ha inizio la cerimonia, presto, mi segua e vedrà.".
 Si alzò improvvisamente raccogliendo la sua preziosa cetra, raggiunse la statale e, attraversatala, si portò con insospettata agilità alla base della Croda.
 Il sole era ormai tramontato e la val di Landro era immersa in un buio fitto. Il viaggiatore, dopo qualche attimo di incertezza lo seguì tanto incuriosito quanto incredulo, ma forse anche preoccupato di dover vedere qualcosa di sconvolgente.
  Di colpo le pendici della Croda si illuminarono come per incanto alle luci di una fiaccolata e migliaia di rossi puntini costellarono la montagna rendendola ancor più fiammeggiante che sotto ai raggi del sole. Migliaia di marmotte in lunga e silenziosa fila indiana accompagnavano all'estrema dimora tra le rocce la loro regina, mentre il cantore si struggeva in un triste canto di morte.
"E'.... incredibile....., assurdo, ma allora non scherzava poco fa!", commentò il viaggiatore stropicciandosi gli occhi.
 "Come vede, ho detto la verità, imparando dalle marmotte e non certo dagli uomini. Ma lo spettacolo non è finito! I nani della Croda, che ora se ne stanno acquattati nel buio tra le rocce, quando la cerimonia funebre sarà ultimata, semineranno i crochi: durante la notte i loro bulbi si schiuderanno come per incanto.
  Il rito si ripete tutte le volte che muore una regina delle marmotte. Se ha ancora qualche dubbio, provi a ripassare di qui domattina al sorgere del sole." E scomparve nella nebbiolina, con il torace squassato da cavernosi colpi di tosse, senza voltarsi ai disperati richiami del viaggiatore.
 Il viaggiatore ritornò verso l'auto, vi salì voltandosi ancora una volta verso i prati della Croda, forse con la recondita speranza di non veder più nulla e di poter pensare a un'allucinazione, ma la lunga processione continuava a snodarsi silenziosa sulle nevi; allora invertì la marcia dirigendosi verso Dobbiaco per cercare un albergo dove trascorrere la notte.
 Fu una notte insonne: aveva ancora davanti agli occhi lo spettacolo di suoni e luci cui aveva appena assistito. Non poteva essere altro che un'allucinazione! Forse era necessaria una riprova: La mattina di buon'ora decise di ritornare alla base della Croda: sui ripidi prati coperti di neve sui fianchi della montagna occhieggiavano migliaia di crochi rossi appena dischiusi dai raggi ancor tiepidi del sole. Dopo aver ammirato sconvolto l'indescrivibile spettacolo, si guardò attorno con la speranza di rivedere il cantore per scusarsi della propria incredulità e ringraziarlo per averlo fatto assistere a un misterioso evento, ma lo attendeva un'amara sorpresa: sul limitare del bosco, sulla neve risaltava una immobile macchia scura. 
  Il viaggiatore, forse colto da un presentimento, accorse col cuore in gola: il cantore giaceva senza vita con la cetra ancora stretta tra le mani forse nell'estremo tentativo di accompagnare il proprio canto funebre. Una broncopolmonite lo aveva fulminato nella gelida notte trascorsa all'addiaccio mentre voleva dare l'addio alla regina Moltina. Il viaggiatore raccolse un croco e lo appoggiò delicatamente sui poveri resti, quindi si avviò mestamente verso i prati della Croda per dare un'ultima occhiata ai crochi in fiore. Ma le sorprese per lui non erano  finite: giunto a pochi metri da una roccetta, da una tana scavata tra la neve gli venne incontro senza timore un cucciolo di marmotta, che gli si avvicinò drizzandosi sulle zampe posteriori e agitando quelle anteriori come in un cenno di saluto. Quindi ritornò frettolosamente nella tana: Martino era venuto a salutarlo per l'ultima volta.